Nicholas

40493009.jpgQuando ci siamo incontrati io avevo 25 anni credo e lui 3 e mezzo. Ci siamo “frequentati” per circa un anno e mezzo. Nicholas era un bambino che stava in un istituto, figlio di genitori drogati e spacciatori, in attesa che il giudice minorile decidesse quale fosse il futuro migliore per lui: l’affidamento, l’adozione, il ritorno in famiglia? In quell’istituto ci saranno stati circa 40 minori (dai pochi mesi fino ai 15-16 anni) in attesa di conoscere il proprio futuro.

Io mi proposi come volontario, mi “assegnarono” a lui come volontario personale. Il fine era quello di dare al bambino una figura di riferimento, una persona tutta per lui, che si dedicasse a lui e non ad altri, come ovviamente capitava per le varie educatrici di questo centro.

Il mio compito era quello di accompagnarlo in piscina tutte le settimane. Lui era un bambino molto vivace, come è naturale e bello che sia a quell’età, e tenerlo fermo prima della “lezione” di nuoto era un’impresa! In piscina saltava (ovviamente si toccava), nuotava, si tuffava… era un pazzo scatenato insomma! E poi mi chiamava, mi salutava: “Ciao Marco!”, “Guarda il tuffo!”. Era naturale, lo facevano tutti i bambini con le loro madri. Sulle gradinate ad osservare i bambini infatti c’erano una decina di madri e il sottoscritto a fare ciao ciao con la mano. Spesse volte sono stato indicato come il suo papà. Dopo l’ora di nuoto era un cadeverino, stanco morto. Era una faticaccia rivestirlo e asciugargli i capelli! Prima dell’uscita si passava davanti alla macchina dei gelati (credo proprio che fosse situata strategicamente in quel punto) e come fai a negare ad un bambino un gelato? Lui aveva la sua merenda e il suo succo di frutta portati da “casa” ma il gelato… In macchina, dopo avermi chiesto di mettere un po’ di musica, crollava inevitabilmente e bisognava prenderlo in braccio e portarlo in casa a peso morto.

Dopo circa un anno e mezzo i nonni lo adottarono e lui potè avere una casa tutta sua ma devo dire che quell’istituto era tutt’altro che un “lager” come si è comunemente portati a pensare; era un posto molto carino, colorato e con dei responsabili molto in gamba. Ogni bambino aveva la sua camera (in condivisione con un altro bimbo) con i suoi giochi personali e poi c’erano TV, videogiochi, videoregistratore per i cartoni animati. A questi bambini insomma non mancava niente, neanche l’affetto. Quando se andò, io andai alla sua festa e vidi alcune educatrici piangere per la sua partenza. Sicuramente l’affetto che avranno saputo dargli i nonni sarà stato maggiore dato che non dovevano dividerlo con altri bambini ma in quel posto credo proprio che stesse bene.

E’ stata un’esperienza molto bella; mi ha arricchito molto. Mi ha anche responsabilizzato dato che avevo un bambino così piccolo affidato interamente a me. Un’esperienza impegnativa? Credo proprio di no, si parlava di un pomeriggio a settimana, credo che qualunque studente se lo possa permettere e anche qualche lavoratore, rinunciando a qualche ora di shopping nel week-end, potrebbe fare qualcosa. Aiutare gli altri in definitiva, costa poco, arricchisce e fa sentire bene. Molto.

Nicholasultima modifica: 2008-09-18T09:03:00+02:00da september23
Reposta per primo quest’articolo

4 pensieri su “Nicholas

  1. Non ci siamo più sentiti ma è una delle condizioni imposte dall’Istituto. All’inizio ogni tanto ho chiamato per sapere come stava ma niente di più… Anche loro hanno solo le notizie che gli vengono fornite da bambini e famiglie; e non tutti restano in contatto.

Lascia un commento