Disabile o diversamente abile?

“Ti ho mai parlato di quel mio amico disabile??”
“No. E comunque oggi si dice ’diversamente abile’. Sai, il politically correct e tutte quelle stronzate lì.”
“Ah, si. Io però non l’ho mai capita ‘sta storia. Credo sia più importante come tratti una persona piuttosto di come la definisci.”
“Appunto.”
“O come la consideri o anche solo il modo in cui dici disabile o handicappato. Il tono che usi.”
“Se dico ‘quello stronzo di un diversamente abile’, sai cosa se ne fa del politically correct…”
“E poi mi piacerebbe scoprire chi è il genio che si è alzato una mattina e ha partorito questa definizione”.
“Perché? Cosa ci trovi di sbagliato? Oltre al fatto che è inutile, dico, perché su quello direi che siamo d’accordo.”
“Pensaci, bene. Qual è il significato del politically correct? A cosa serve?”
“Be’, a non discriminare chi appartiene alle cosiddette minoranze. A considerarci tutti uguali oltre a evitare di utilizzare termini offensivi.”
“Esatto. E come annulli le diversità? Usando l’avverbio ‘diversamente’??? Non ti sembra una grande cazzata?”
“Effettivamente…”
“Pensaci bene. E’ come se chiamassi un uomo di colore ‘diversamente colorato’. Secondo te questo lo farebbe sentire più o meno uguale agli altri? Posto che gli interessi qualcosa di questa definizione ovviamente.”
“Hai ragione. E credo si potrebbe continuare. Chiamare un extracomunitario ‘diversamente civilizzato’ o un omosessuale ‘diversamente amato’.”
“Vedo che hai capito. Per cercare la massima integrazione la esasperano fino a usare termini discriminatori senza neanche rendersene conto.”
“Sai una cosa?”
“Cosa?”
“Il politically correct è proprio una grande stronzata!”

Disabile o diversamente abile?ultima modifica: 2010-03-25T09:17:00+00:00da september23
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8 pensieri su “Disabile o diversamente abile?

  1. Questo post è semplicemente “GENIALE”.
    Bisognerebbe farne tanti volantini da appiccicare sui muri, nelle bacheche delle scuole, nei posti di lavoro, negli ospedali, negli asili, nelle chiese, nei supermercati, nei cinema, nei teatri, nelle discoteche,
    nelle stazioni, negli aeroporti, ovunque e perchè no in tutti i condomini di Milano, d’Italia nel mondo.
    Sensibilizzare l’opinione pubblica, in modo “ironico”, ma incisivo.
    Hai fatto centro un’altra volta.
    Fiera di esserti “amica”, baciottone-one-one
    4 P

  2. In realtà è normale che il linguaggio e le definizioni si evolvano di pari passo all’ inclusione sociale delle persone , siano esse diversamente abili, stranieri, o appartenenti a qualunque minoranza.
    Una volta le persone con disabilità intellettive erano chiamate idioti, o mongoloidi, o con altri termini crudi, e discriminatori, anche se erano, allora, definizioni scientifiche. Erano tempi in cui queste persone erano sicuramente molto meno integrate nella società rispetto ad oggi. Chiaramente non è che oggi siano più integrate perchè vengono chiamate in maniera diversa da allora; è grazie ad un insieme di fattori, in primo luogo ad un’ evoluzione della mentalità della società, evoluzione di cui è espressione anche il linguaggio.
    Non sarà certo questa l’ ultima definizione. Sicuramente negli anni a venire ce ne saranno altre. L’ evoluzione del linguaggio va di pari passo con l’ evoluzione della cultura dell’ inclusione sociale, e del rispetto delle differenze. Anche perchè diversi lo siamo tutti gli uni dagli altri: è forse l’ unica cosa che, paradossalmente, abbiamo tutti in comune. Essere differente, è normale.
    Inoltre esiste un motivo legato al significato delle parole. Spesso le persone con disabilità (disabilità fisiche, intellettive, o quant’ altro) possono raggiungere gli stessi risultati, o in alcuni ambiti risultati superiori, di chi quelle disabilità non le ha. Per questo è corretto parlare di persone diversamente abili, che attraverso percorsi diversi, appunto, “abilità differenti”, raggiungono gli stessi obiettivi.
    Per quanto riguarda “persona di colore”, la trovo una definizione ridicola. Noi, inquanto bianchi, o meglio rosa, non saremmo colorati tanto quanto un africano, o un cinese,o un indio? Ugualmente colorati, ma di un colore diverso, no?
    In ogni caso, sarebbe sempre bene, se possibile, per indicare una persona, usare il suo nome, se lo si conosce, senza bisogno di specificare qual è il colore della sua pelle, le sue preferenze sessuali, le sue disabilità. Sono informazioni che, all’ alba del terzo millennio, dovrebbero ormai essere ininfuenti. “Ieri sono andato a cena con mio amico Pinco Pallino”. Che bisogno c’ è di specificare, come spesso si fa: è un mio amico nero, Gay, in carrozzella, o quant’ altro? Spesso lo si specifica anche quando non ha nessuna attinenza al discorso. Non è questione di politicamente corretto, ma di rispetto per il prossimo. Prossimo che spesso, nel caso di “diversamente abile”, preferisce essere chiamato in questo modo. E se chiede di essere chimato così, credo sia nostro dovere fare un piccolo sforzo per abituarci a farlo. Dopotutto, se una persona riesce ad essere abile , alla sua maniera, pur non vedendoci, ad attraversare la strada da sola, o a muoversi in carrozzella nonostante le barriere architettoniche, noi possiamo avere l’ abilità di abituarci ad usare un’ espressione magari un po’ macchinosa e un po’ più lunga di quella che ci verrebbe più comodo usare.
    Poi, sul fatto che ci siano tonnellate di ipocrisia in giro e che molta gente si nasconda dietro a definizioni corrette mentre è irrispettosa nel tono o nel comportamento, sono completamente d’ accordo.
    Per quanto riguarda l’ espressione “extracomunitario”, poi, per capirne la valenza discriminatoria che ha assunto, ci si dovrebbe semplicemente domandare perchè un cittadino nordamericano, o svizzero (entrambi extracomunitari), sono definiti, per strada, o sui giornali, come cittadino nordamericano, o svizzero: mentre un cittadino senegalese, indiano, eritreo, sudamericano, e via dicendo, sono definiti quasi sempre semplicemente “extracomunitari”, in un unico calderone, pur proveniendo da parti del mondo opposte fra di loro. E non sono più extracomunitari di uno svizzero, o di un nordamericano. Ai primi due è concesso il privilegio di essere definiti rispettando la loro individualità. Agli altri, questo rispetto non è concesso, e , appunto, sono infilati in uno stesso calderone come se fossero tutti la stessa cosa.
    Le parole sono importanti. I comportamenti lo sono di più, sono d’ accordo. Ma le parole e le definizioni hanno un’ importanza fondamentale nella coscienza collettiva di una società, coscienza collettiva da cui poi, in gran parte, derivano i comportamenti degli individui verso gli individui.

  3. Spero che nessuno mi ucciderà per il copyright…se Andrea P. e Marco sono d’accordo, vorrei utilizzare il vostro punto di vista nella mia tesi di laurea (amo il tuo ragionamento Andrea, ma purtroppo quando si parla o si scrive della questione a livello teorico o istituzionale…non possiamo usare i nostri nomi propri…ma è uno spunto eccellente!)

  4. Marco, non dire stronzate. Diversamente abile è un termine ridicolo punto e basta. Se seguiamo il tuo ragionamento tutti siamo diversamente abili perchè tutti abbiamo diverse abilità rispetto ad una singola materia o prestazione eppure non mi risulta che tutti prendiamo una pensione di diversa abilità. Gli handicappati (questo è il termine giusto) la prendono ed è giusto così per carità, ma allora non si dica che sono uguali a noi, che hanno solo una “diversa abilità” ecc ecc.

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